I fratelli Gracchi, talvolta anche indicati brevemente come i Gracchi, furono importanti figure politiche, dalla parte dei populares della Repubblica romana. Facevano parte della gens Sempronia del ramo plebeo.
Nove dei dodici discendenti morirono prematuramente, rimasero in vita solo Tiberio, nato nel 163 a.C., Gaio, più giovane di nove anni, e la sorella Sempronia.
La madre adorava i due maschi e li educò entrambi ad ambire a grandi traguardi. La leggenda narra che, indispettita dalle vanità di una matrona romana in una riunione di un circolo scipionico, replicò all'esaltazione delle vesti e dei monili della rivale mostrandole i due figli ed esclamando con orgoglio: "Questi sono i miei gioielli". Più che figlia dell'Africano, desiderava essere nominata come "madre dei Gracchi".
Alla morte di Tiberio, ucciso al Campidoglio in occasione della carneficina ordinata mediante la formula del tumultus dal pontefice massimoPublio Cornelio Scipione Nasica Serapione, Cornelia non si rassegnò alla perdita del figlio trentenne e incitò l'altro figlio Gaio affinché proseguisse l'azione in difesa del popolo.
Ma la sorte riservò una tragica fine anche a Gaio. Dopo aver fatto approvare tramite plebisciti le "Leges semproniae" in difesa dei diritti della plebe, il suo tentativo di opporsi al potere esercitato dal senato romano e dall'aristocrazia fu soffocato dal console Opimio, eletto dal partito oligarchico, che lo assediò assieme ai suoi sostenitori sull'Aventino.
L'ex tribuno, rimasto quasi solo, si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate.
Cornelia, dopo la morte di entrambi i figli, lasciò Roma per stabilirsi presso Misenum dove proseguì il suo stile di vita: riceveva visite di artisti, di letterati greci e di sovrani d'Oriente che le rendevano omaggio con doni preziosi.
Agli interlocutori che accennavano in maniera discreta alla tragica scomparsa dei figli, rispondeva rievocandone le imprese senza lacrime, come se si trattasse di eroi mitologici.
Fu Plutarco con le Vite parallele che contribuì, più di due secoli dopo la loro vita, a riabilitare i Gracchi come riformatori, mettendoli a paragone con gli spartaniAgide e Cleomene. Secondo Plutarco, Tiberio Gracco "lottava per un'idea bella e giusta con un’eloquenza che avrebbe adornato perfino una causa abietta".[2] Cornelia d'altro canto fu sempre molto rispettata, ed è citata come esempio positivo anche da Dante.