Mariam Ghani (New York, 1978) è un'artista, fotografa e regista statunitense, attivista sociale di origini afghane e libanesi.

Mariam Ghani (New York, 1978) è un'artista, fotografa e regista statunitense, attivista sociale di origini afghane e libanesi.
La sua ricerca analizza il rapporto tra estetica e politica attraverso una pratica multidisciplinare che include video, installazioni e ricerca archivistica. Il suo lavoro si concentra sulla ricostruzione di narrazioni storiche dimenticate, sulle dinamiche delle migrazioni e sull'analisi delle strutture di potere.
È nota a livello internazionale per il progetto Index of the Disappeared e per il documentario What We Left Unfinished (2019), presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino.
Le sue opere sono state esposte in istituzioni internazionali come la Tate Modern di Londra e la National Gallery of Art di Washington.
Le sue opere sono conservate in prestigiose collezioni permanenti, tra cui quelle del Guggenheim Museum e del MoMA di New York, e sono state esposte in rassegne di rilievo mondiale come documenta a Kassel e la Biennale di Sharjah.
Nata nel 1978 nel quartiere di Brooklyn, è figlia di Mohammad Ashraf Ghani, presidente dell'Afghanistan dal 2014 al 2021, e di Rula Saade, cittadina libanese di religione cristiana.[1] Cresciuta nel Maryland, ha vissuto gran parte della vita in esilio, visitando l'Afghanistan per la prima volta solo nel 2002, quando aveva 24 anni.[2]
Nel 2000 si è laureata in letteratura comparata presso la New York University, conseguendo successivamente, nel 2002, un Master of Fine Arts in video, fotografia e installazione presso la School of Visual Arts di New York.
La ricerca di Ghani utilizza spesso i media digitali e le tecnologie d'archivio come strumenti critici. Molte sue opere affrontano tematiche politiche, analizzando le disuguaglianze sistemiche nei modelli sociali ed economici, con un approccio orientato alla difesa dei diritti umani e civili.[3]
Dal 2004 collabora con l'artista Chitra Ganesh al progetto multimediale Index of the Disappeared, un archivio sperimentale che documenta la detenzione degli immigrati negli Stati Uniti nel periodo post-11 settembre e le relative reazioni dell'opinione pubblica. Dal progetto è nato anche il cortometraggio How Do You See the Disappeared? e una raccolta di trascrizioni e frammenti radiofonici.[4][5]
In ambito cinematografico, nel 2013 ha diretto Like Water From a Stone, girato a Stavanger (Norvegia), che riflette sulla trasformazione del paese in seguito alla scoperta del petrolio nel 1969. Con l'opera The Trespassers (2014) ha approfondito il tema della traduzione non solo come passaggio linguistico, ma come spazio di incertezza e potere politico. Attraverso una narrazione polifonica che coinvolge diversi interpreti, il video analizza la perdita di informazioni e la manipolazione del significato. Utilizzando documenti ufficiali parzialmente censurati, Ghani chiede ai traduttori di "riempire" i vuoti della censura militare, evidenziando come l'errore o il pregiudizio culturale possano trasformarsi in disinformazione e strumenti di sorveglianza[6].
Nel 2016 ha realizzato The City & the City, ambientato a St. Louis, focalizzato sulla segregazione e le disuguaglianze istituzionalizzate negli Stati Uniti.[2]
Ghani opera inoltre come archivista: ha lavorato alla digitalizzazione delle opere prodotte dai registi statali afghani tra il 1978 e il 1991. Il suo lungometraggio più celebre, What We Left Unfinished (2019) è un documentario che recupera e analizza cinque film incompiuti prodotti durante l'era comunista in Afghanistan (1978-1991), riflettendo sulle utopie politiche interrotte[7]. In un'intervista ad Artforum, ha descritto l'opera come una riflessione su un periodo politico instabile che ha lasciato movimenti e opere d'arte mai terminati.[7] Ha inoltre sottolineato come l'archivio di Radio Television Afghanistan sia una risorsa ricca di materiale audiovisivo che meriterebbe maggiore attenzione.
Oltre alla produzione visuale, Ghani è attiva come docente presso il Bennington College dal 2018 e collabora con il Gulf Labor Working Group, un collettivo che si occupa della tutela dei lavoratori impegnati nella costruzione dei grandi poli museali di Abu Dhabi.[8][9]
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