Mambriano

Il Mambriano (titolo completo: Libro d'arme e d'amore nomato Mambriano) è un poema cavalleresco scritto da Francesco Cieco da Ferrara (pseudonimo di Francesco …

Mambriano
Mambriano
AutoreFrancesco Cieco da Ferrara
1ª ed. originale1509
Generepoema
Sottogenerecavalleresco
Lingua originaleitaliano
ProtagonistiMambriano
CoprotagonistiRinaldo
Altri personaggiOrlando, Carlo Magno, Bradamante, Astolfo, Terigi, Carandina, Fulvia, Ivonetto, ecc.

Il Mambriano (titolo completo: Libro d'arme e d'amore nomato Mambriano) è un poema cavalleresco scritto da Francesco Cieco da Ferrara (pseudonimo di Francesco Bello[1]) e pubblicato per la prima volta postumo nel 1509.

L'opera, divisa in 45 canti in ottava rima, è considerata come uno dei maggiori componimenti del suo genere letterario. Dedicata ufficialmente al cardinale Ippolito d'Este (da Eliseo Conosciuti, presunto parente ed erede dello scrittore, sostenendo che quest'ultimo avesse intenzione di farlo), ebbe come editore il ferrarese Giovanni Mazzocchi, lo stesso scelto da Ludovico Ariosto per la prima edizione dell'Orlando furioso. Francesco Cieco da Ferrara iniziò a comporre il poema probabilmente negli anni novanta del quindicesimo secolo, durante il suo soggiorno alla corte di Gianfrancesco Gonzaga e Antonia del Balzo a Bozzolo; non poté però vedere la sua opera più celebre pubblicata, in quanto morì tra il 1505 e il 1506.

Trama

Il tema centrale dell'opera si basa sul desiderio di vendetta di Mambriano, personaggio molto probabilmente inventato da Francesco, contro il paladino cristiano Rinaldo. Il componimento presenta numerosi tratti affini all'Orlando innamorato (originariamente L'inamoramento de Orlando) di Matteo Maria Boiardo; per esempio, l'isola della fata Carandina è simile per caratteristiche ai regni incantati dell'Orlando innamorato: uno splendido palazzo, adornato con materiali preziosi e brillanti, circondato da un corso d'acqua, con un giardino dalle sembianze di un locus amoenus (latino per "luogo piacevole"), somigliante al Paradiso terrestre.[2]

I personaggi e i loro comportamenti nell'ambiente sono anch'essi di carattere boiardesco: tipica è la contrapposizione tra la figura maschile - che può essere indifferentemente pagana o cristiana: nello stesso Mambriano arrivano nell'isola sia il protagonista sia, successivamente, Rinaldo - stupita dalla meraviglia e sempre ammutolita, e quelle femminili - che invece sono esclusivamente pagane - abitanti del luogo; in particolare, tra loro c'è la signora (nel poema del Cieco la fata), che rivolge all'uomo grandi onori, mai privi di un secondo fine. In questo contesto avviene la prima occasione festiva dell'opera: il banchetto di Carandina per Rinaldo, dopo che il cavaliere ha combattuto per lei, ma anche dopo che i due hanno avuto il loro primo incontro amoroso. Il Cieco si ispira ancora al modello di Boiardo, introducendo però una novità: nella descrizione del convito all'aperto, nel giardino paradisiaco, compie una vera e propria "celebrazione dei sensi", amplificando alcuni elementi legati sia alla sfera alimentare, e più in generale all'intero apparato conviviale, sia soprattutto all'intrattenimento musicale e recitativo (tipico della realtà cortigiana). Durante la cena, una fanciulla che svolge le funzioni del canterino, dunque una sorta di alter ego al femminile dell'autore, allieta Rinaldo e Carandina con della musica strumentale, alla quale aggiunge poi le parole, versi che narrano le imprese del paladino.

L'ospite è soggiogato dal canto, e l'adulazione consente alla fanciulla di smettere di lodarlo per dedicarsi alla propria novella: questo non è visto con buon occhio da Francesco Cieco da Ferrara, bensì è ritenuto un allontanamento dal proprio dovere da parte di entrambi i cavalieri (Mambriano e, con effetto di climax, Rinaldo, personaggio classico e tanto amato dal pubblico), che per rimettersi sulla retta via necessitano di un ammonimento esterno; alla fine, la ragione riesce a vincere sull'istinto e i due abbandonano l'isola di Carandina per riprendere la loro vita.

Nel corso del poema sono presenti in totale sette grandi momenti di festa, i quali seguono un'evoluzione graduale: dal banchetto della fata, ai due (tra cui quello nuziale) della pagana convertita Fulvia, agli ulteriori due di Orlando per celebrare la pace, per finire con la coppia di trionfi di Carlo Magno. Fulvia è una principessa spagnola che salva Orlando da un terribile mostro magico creato da lei stessa, chiedendogli in cambio la sua collaborazione; i due, con i compagni del paladino, affrontano un esercito nemico, per poi rifocillarsi in un rifugio nel regno della fanciulla, una grotta scavata al fianco di un monte, dove gli uomini possono lavarsi e mangiare in un banchetto, organizzato però da una pagana: questo rappresenta quasi una punizione per loro. Il convito viene tuttavia interrotto da un attacco nemico, che costringe i cavalieri a un lungo periodo di prigionia, durante il quale Fulvia si converte al cristianesimo.

Sintesi dei singoli canti

Canto I

Il poeta invoca, nel proemio del primo canto, la musa Clio, e chiede di essere accompagnato nella scrittura anche da Euterpe e Polimnia; si scusa poi con Marte e Afrodite (Ciprigna) per la sua "poca arte". Mambriano è un sovrano pagano saraceno, figlio del re Fabrino, governante sulla Bitinia e su gran parte della Samotracia. Giovane, bello d'aspetto, abile con le armi, ma dal cervello stravagante, egli è nipote di Mambrino, tradizionale rivale di Rinaldo, ed erroneamente ritiene sia vera la storia secondo la quale quest'ultimo sarebbe stato il responsabile della morte dello zio, tradendolo; dunque, mosso dal desiderio di vendetta, fa giuramento alla madre, sorella di Mambrino, che non sarebbe tornato a casa prima di aver ucciso il paladino cristiano e di aver distrutto Montalbano, territorio di cui il cavaliere è il signore. Il saraceno decide allora, ignorando gli avvertimenti di un vecchio di rimanere in patria, di partire con un grande esercito per attaccare la Francia; tuttavia, fa naufragio e giunge, dopo aver visto la morte dei compagni, all'isola della fata Carandina, di cui diviene l'amante. La regina gli promette di portare Rinaldo davanti a lui, per poter combattere; il paladino arriva, ma viene accolto da Carandina come nuovo compagno amoroso. Mambriano e Rinaldo, con altri guerrieri, si sfidano a morte, il primo per vendicare l'uccisione dello zio, il secondo per avere per sé Carandina.

Canto II

Nel proemio del secondo canto, il Cieco invoca il dio Apollo. Mambriano dice a Rinaldo che non avrà la grazia che ha avuto quando uccise Mambrino; il paladino, accusato di essere traditore, percuote con la sua spada Fusberta il saraceno, facendogli "vedere mille stelle". Il pagano prega devotamente il suo Macone (italianizzazione di Maometto), mentre tutti gridano: "Viva Mambriano, e mora il traditor nostro ribello". Il cavallo di Rinaldo, Baiardo, urta cavalli e cavalieri; Fusberta colpisce ripetutamente e ferisce gravemente Mambriano, che a un certo punto viene preso dai suoi e portato sulla nave; è talmente pieno di sangue che i medici lo danno per morto, ma riesce a sopravvivere e dunque fugge. Rinaldo, che non si è accorto dell'accaduto, continua a lottare; ma quando comprende ciò che è successo, ferma Baiardo e si mette a ridere, prendendosi gioco di "costui che voleva struggere Montalban nostro, e me sul campo uccidere". Poco dopo arriva a Mambriano la notizia che il suo luogotenente Polindo si è autoproclamato re d'Asia, dando voce che il sovrano è "morto miserabilmente"; saputo ciò, la madre si è suicidata. A quel punto il saraceno vuole gettarsi in mare, ma è fermato dai suoi compagni, che gli consigliano di rivoltare la sua ira contro l'usurpatore.

Note

  1. ^ Probabilmente.
  2. ^ Anna Carocci, Historias Fingidas - Progetto Mambrino.
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